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giovedì 18 maggio 2017

Ciao sono BEF e scrivo storie mozzafiato


Ciao sono Bef e scrivo storie mozzafiato...


 Intervista a BEF

Quale modo migliore di una video intervista per capire chi è Bernando Fernández e convincervi che Hielo Negro è davvero una bomba?




Ancora non siete convinti?


Leggete l'estratto qui sotto!



HIELO NEGRO



CAPITOLO 1
Un quarto d’ora prima che la sua testa esplodesse in mille pezzi, la guardia ausiliaria Ceferino Martínez, alias l’Oaxaca finì la sua ultima ronda notturna.
– Due e quattordici, qui è ventisette che parla, sto ritornando – informò la centrale via radio dalla guardiola. Era tutto in ordine.
Si sedette, sciolse il nodo della cravatta e accese la radio sulle frequenze di “Sabrosita”.
Inumidì con la lingua la punta di un Delicado senza filtro, gli piaceva il sapore dolce della carta di riso. Lo prese tra le labbra prima di accenderlo, come vedeva fare dai poliziotti nei film. Aspirò profondamente prima di soffiare una striscia azzurrognola.
Non gli rimaneva che aspettare il cambio di guardia tra un quarto d’ora, a mezzanotte precisa.
Diede un secondo tiro al sigaro. Ad ogni boccata, osservava con attenzione le evoluzioni del fumo. Trovò profondamente sensuali le forme circolari.
Gli ricordavano le natiche di sua moglie.
Ventiquattro ore prima era arrivato al suo turno di guardia ancora agitato dopo aver penetrato Margarita sul tavolo della piccola camera che avevano affittato a Iztapalapa.
La coppia, proveniente dalla costa di Oaxaca, si era stabilita nel pericoloso quartiere della Minerva. Lei lavorava come domestica. Ceferino aveva fatto il giardiniere finché non aveva trovato posto come guardia ausiliaria.
Dopo dieci anni di matrimonio e tre figli, l’Oaxaca continuava a trovare irresistibili le natiche di sua moglie. Trovava affascinante la delicata linea con la quale la sua vita si allargava sui fianchi, quel fondoschiena moro e vellutato che era solito percorrere con la lingua prima di prenderlo a morsi.
Pensava a questo, la guardia, masticando l’ultimo boccone dell’involtino che sua moglie gli aveva servito per cena, mentre lavava i piatti.


La moglie si inclinò sul lavandino per cercare il detersivo quando sentì le mani di suo marito palparla con lentezza.
– I bambini… – mormorò, sapendo già che non sarebbe servito a nulla. In ogni caso i figli avrebbero fatto finta di dormire, impauriti dalla furia del padre.
Ceferino le aveva già alzato la gonna e abbassato le mutande. Margarita sentì subito i dolorosi morsi affondare nella sua carne. Pensò ai segni che di solito le lasciava.
– Pietà – lo pregò. Cosciente dell’inutilità delle sue suppliche, chiuse gli occhi. Sentì la prima spinta.
Ascoltò i gemiti di suo maritò. Strinse le labbra. A Ceferino non piaceva che si lamentasse. In qualche minuto tutto sarebbe finito, rimaneva solamente il dolore. Si rifugiò nell’altra camera, nascondendo le sue lacrime, affogando i suoi singhiozzi. Aveva paura di irritare suo marito.
– E non pensare di andartene, o ti faccio vedere l’inferno – disse Ceferino uscendo, mentre si tirava su i pantaloni.
Ventiquattro ore dopo, ricordandosi questo episodio mentre era in guardiola, ebbe un’erezione. “Aspetta che torno a casa, puttanella”, pensava fumando.
Semianalfabeta, l’Oaxaca presentò un certificato falso comprato in piazza Santo Domingo per cercare lavoro. Quando dovette seguire l’addestramento alla Cancerbero, l’agenzia di vigilanza privata in cui lavorava, gliene importò poco di non aver finito le elementari. Ceferino Martínez aveva sbagliato con il giardinaggio, era un poliziotto nato.
Di poche cose aveva beneficiato tanto quanto imparare a sparare o a maneggiare il randello. Varie volte era rientrato in casa ubriaco dopo aver bevuto con i colleghi finito l’addestramento, per fare pratica con le rinomate tecniche di persuasione e dominazione su Margarita e i bambini.
La cosa migliore era che non lasciavano segni né lividi.
Vigilanza Cancerbero, S.A di C.V., era un’agenzia di vigilanza privata fondata dal generale Díaz Barriga, esperto in sicurezza nazionale e in gruppi di ribelli elitari, morto anni prima in un incidente aereo.
Ora l’azienda era diretta dalla vedova del militare, la signora Conchita, una dolce anziana appassionata di armi da fuoco e tecniche di persuasione.
Ceferino, che iniziò potando il giardino della casa di Polanco dei Díaz Barriga, si era conquistato la simpatia della coppia con il suo sorriso e il suo impegno sul lavoro.
Con gli anni, dopo la morte del generale, l’Oaxaca diventò uno dei favoriti della signora Conchita grazie alla sua voglia di migliorarsi e all’impegno che metteva negli addestramenti.
Nessuno si sorprese quando l’Oaxaca salì rapidamente di grado nella Cancerbero fino a diventare supervisore. Ora era il responsabile del suo turno nella vigilanza dei laboratori medici Cubilsa.
Era un lavoro tranquillo, non si lamentava se non nei giorni come quello, in cui arrivava in laboratorio un carico di pseudo efedrina. Il container veniva scortato da soldati come se si trattasse di una bomba atomica.
Il personale amministrativo, tecnico e di sicurezza dell’impianto doveva firmare in triplice copia la ricezione della sostanza, e poi fare un meticoloso controllo del materiale. 
– Sembra che trasportino coca ‘ste teste di cazzo – diceva l’Oaxaca a voce bassa a Goyito, un compaesano di Cuicatlán che lavorava ai suoi ordini.
– Porca puttana, la usano per lo sciroppo per la tosse – rispondeva Goyo –; me lo ha detto Aidita, una delle chimiche. La biondina.


Ceferino sapeva perfettamente di chi stesse parlando Goyo. Diverse volte aveva chiuso gli occhi mentre sodomizzava sua moglie immaginandosi di penetrare la tecnica di laboratorio.
Il procedimento durò diverse ore di fronte alla noia di tutti i presenti.
Verso le otto circa i soldati se ne andarono. Per le dieci, il laboratorio era vuoto, le due tonnellate della sostanza erano state depositate in magazzino.
Alle undici e trenta, dopo un giro infruttuoso al bagno dovuto alla sua stitichezza cronica, Ceferino fece un ultimo controllo nel laboratorio prima che i suoi colleghi gli dessero il cambio.
Ogni turno comprendeva un’unità di sei uomini che lavorava per ventiquattro ore e si riposavano per altrettante. Un laboratorio piccolo come il Cubilsa non aveva bisogno d’altro.
L’Oaxaca continuò a fumare fino a che il mozzicone gli bruciò le labbra, come quando fumava erba. Non lo faceva da quando la signora Conchita aveva stabilito il controllo antidoping mensile.
Goyo diceva che bevendo due bottiglie grandi di Gatorade azzurro l’esame delle urine diventava negativo. Ma all’Oaxaca, oltre a sembrargli costoso, non piaceva nemmeno quella robaccia. Preferiva trattenersi, non voleva perdere la fiducia della sua capa.
Ciò non gli impediva di portarsi via un paio di chili di roba buona ogni volta che andava al suo paese. Il suo miglior cliente era un collega di un altro turno, uno della Costa Grande che chiamavano l’Acapulquito dalla Costa Grande. “Quanto fuma quel testa di cazzo”, pensò Ceferino, divertito. Non aveva mai visto l’Acapulco risultare positivo all’antidoping. Né bere Gatorade azzurra.
Pestò il mozzicone sotto lo stivale. “Magari morissi”, cantava Pesado per radio.
Cinque minuti prima di morire, Ceferino chiuse gli occhi e pensò a Vanessa, la figlia della padrona di un bordello di Pochutla che lo aveva mandato a fottersi. Canticchiò un rap appassionato a occhi chiusi, ogni parola gli bruciava sulle labbra. Poteva vedere gli occhi neri di Vane sotto le sue ciglia spesse davanti a lui, poteva quasi toccarla.
Il campanello della porta suonò e lo riportò alla realtà.
“Ah cazzo, mancano tre minuti” pensò dopo aver guardato l’ora. Uno dei procedimenti della Cancerbero consisteva nel sincronizzare gli orologi.
Nel monitor l’Acapulquito l’osservava con uno sguardo assente.
– Tre e quattordici – Disse Ceferino allo schermo.
– Sedici – rispose l’Acapulco, come distratto.
– Hai la febbre amico? Chiese l’Oaxaca.
– Ehi– rispose l’amico, senza che Ceferino vedesse muovere le labbra.
– Procedo – avvertì e camminò fino alla porta. Lì, digitò la chiave di sicurezza che apriva le entrate.
– Cazzo Aca, porca puttana. Ti ho già detto di non fumare quando sei in servizio. Se la signora ti scopre ti appende per le palle – disse l’Oaxaca aprendo la porta.
Il guerrerense non rispose.
– E allora?
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Il capo del nuovo turno svenne, Ceferino riuscì appena a schivare il corpo del suo amico. Una volta caduto davanti a lui, scoprì un coltello da macellaio infilzato nel capocollo di Acapulco, lì all’inizio della schiena.
L’Oaxaca non seppe che fare. Soffocò un grido in gola. Tolse la pistola dalla fondina. Avrebbe iniziato a sparare appena avesse alzato lo sguardo se non avesse trovato di fronte a lui un gorilla armato di un fucile.
Il secondo che ci mise a reagire gli costò la vita.
Se avesse avuto più tempo, avrebbe potuto assimilare che ciò che aveva davanti a lui era un uomo travestito da scimmia. Ma in quell’istante di confusione il gorilla alzò la doppia canna del suo fucile Mosseberg all’altezza degli occhi dell’Oaxaca e sparò.
Quando il corpo di Ceferino Martínez cadde per terra di schiena, era già morto. Altrimenti forse avrebbe goduto del modo quasi miracoloso in cui gli spasmi intestinali avevano curato la sua stipsi.
Probabilmente si sarebbe anche divertito a vedere come un commando di uomini travestiti da gorilla entravano nei Laboratori Cubilsa, S. A. di C. V., riducendo in pochi minuti gli altri cinque vigilanti del turno in cadaveri.
Una scena comica, degna di un film.
Vedere le scimmie far entrare un camion e caricare le due tonnellate di pseudo efedrina non avrebbe fatto tanto piacere all’Oaxaca.
Il giorno dopo ci sarebbe stato un gran caos. La signora Conchita l’avrebbe appeso per le palle, come le piaceva dire.
Fortunatamente, era morto.





Ah, quasi dimenticavamo...

Domenica 21 maggio il nostro Fabio Bernabei presenterà Hielo Negro al Rockarolla!



La Redazione






martedì 30 agosto 2016

Recensione Hielo Negro




Hielo Negro di Bernardo Fernádez è un libro fantastico.
In una recente intervista in lingua madre rilasciata dall’autore ai suoi fan gli viene posta la domanda “come mai sei così conosciuto in Messico e in Sud America e ancora poco conosciuto in Italia e in Europa?”, devo dire la verità anche io mi ero posta la stessa domanda man mano che le pagine di questo libro scorrevano.
Hielo Negro si potrebbe definire un noir poliziesco, che si basa su una storia di narcotraffico ambientato principalmente in Messico, e potrebbe sembrare una cosa scontata, ma questo libro tutto è fuorché scontato. È appassionante e intenso, come una piccola perla che ti capita di trovare per caso. Ma del resto è solo un caso che questo autore abbia ancora poca fama qui da noi, e presto ne sentiremo parlare spesso.
Niente di prevedibile, personaggi che scivolano gli uni sugli altri, colpi di scena incalzano in una suspense carica di pathos. A ben guardare anche la definizione del genere si potrebbe modificare in: un romanzo cyberpunk poliziesco.
Lo scrittore, già disegnatore di fumetti e noto con il soprannome di Bef, non risparmia all’interno del giallo neanche la parte musicale.
I suoi personaggi così forti, mai buoni, ascoltano musica dura: metal, rock, punk, hardcore.
La storia ruota intorno alla realizzazione di una nuova droga che abbia in sé tutte le caratteristiche per diventare la regina nel mercato mondiale:

"Immagina di non provare paura. Perdere il timore di morire. Di sparire. Essere libero di colpo da qualsiasi ansia esistenziale. E godere. Godere. Questo è il nostro nuovo prodotto. Quello che sta sviluppando il Medico. E appena riuscirà a creare una molecola stabile, lo chiameremo Hielo Negro. Così in spagnolo”.

Come mai “Hielo Negro?” chiede ancora qualcuno durante l’intervista e la risposta riguarda sempre la musica, l’autore era in auto e stava ascoltando una canzone degli AC/DC “Black Ice” ed ha pensato che fosse un nome appropriato per una sostanza, un ossimoro di sensazioni che bene esprime la potenza della droga.

“Ciò che cercava Lizzy era niente meno che la pietra filosofale delle droghe industriali: un inibitore selettivo della vasopressina e della oxitocina, i neuropeptidi che regolano l’ansia e l’affetto, combinato con una anfetamina. Un farmaco che blocchi la paura e l’empatia, che allo stesso tempo ti faccia sentire in orbita per ore. Il Medico era stato abbastanza stupido (o arrogante) per accettare l’incarico”.

Oltre al narcotraffico, ad un’ottima colonna sonora, nozioni di arti marziali, lo scrittore si esprime egregiamente anche su medicina e chimica, rendendo il tutto ancora più appassionante.
In Hielo Negro agiscono diversi personaggi e le loro storie si intersecano in maniera eccellente, ben si presta il libro anche ad una trasposizione cinematografica.
Bernardo Fernández, nato a Città del Messico nel 1972, è un pluripremiato scrittore, fumettista e grafico messicano.
Oltre ad Hielo Negro ha già pubblicato Gel Azul, Cuello Blanco e Tiempo de Alacranes, quest’ultimo già vincitore del Premio Romanzo Poliziesco “Una Vuelta de tuerca” e del Premio in memoria di Silverio Cañadas, durante il festival del noir di Gijón.
Hielo Negro, già Premio Grijalbo, come molte sue opere, è già stato tradotto in inglese, francese, tedesco, olandese e cinese.
Ed è un libro che non si può mancare di leggere.
La traduzione è curata da Roberta Botta ed è edito in Italia dalla casa editrice Logus Mondi Interattivi, è possibile leggerlo in formato ebook scaricandolo a questo link:

mercoledì 24 luglio 2013

Qualcosa per cui vivere: intervista a Carla Pisu, autrice dell'opera

Carla Cristofoli intervista Carla Pisu, l'autrice del romanzo "Qualcosa per cui vivere", ed. Logus mondi interattivi

Questa storia si legge facilmente, la scrittura è semplice ed agile. Sembra che tutto sia sin dall'inizio già scritto nella testa della scrittrice. La storia: una piccola bambina ritrovata ai piedi della porta di un convento, quattro amorevoli suore e un giardiniere vedovo se ne occupano e se ne occuperanno fino alla maturità esistenziale di questa bimba.

Ecco le mie domande:

1. La maternità è un argomento forte nella tua storia, declinata in diverse costanti: Beatrice, Marina ed infine le quattro suore che si occupano di Bianca, la protagonista. Qual è il rapporto tra queste donne, cosa le lega o le separa, quale idea di madre volevi trasmettere?

1R. L’idea di questo gruppo femminile che, a suo modo esprime l’essere madre, è legato ai vari aspetti che ho potuto cogliere osservando le donne. L’amore di suor Amelia è fortemente ispirato alla saggezza che ho percepito durante l’infanzia da parte di mia nonna Maria e che è ancora radicato in me.
Beatrice rappresenta la rinuncia e l’amore difficoltoso di tante madri lasciate sole a se stesse. In Marina si possono cogliere le titubanze di una madre indecisa, con profonde lacerazioni interiori che solo grazie ad un percorso di crescita riuscirà a ricucire la sua anima.
A saldare il loro legame c’è Bianca, la bimba che, come solo i bimbi sanno fare, impersona la purezza e ci lascia disarmati di fronte all’amore.
Qualunque sia il percorso iniziale di ogni donna credo fortemente che la maternità debba essere vissuta come un dono che può far arricchire e far evolvere l’individuo. Le donne sono uno scrigno preziosissimo e hanno il dono di custodire gioielli inestimabili dentro di sé.

2. Non è trascurabile neanche il ruolo paterno in questa tua storia. Antonio e Andrea, ognuno a suo modo ha un ruolo di padre. Puoi parlarci di questo duplice rapporto? Come l'hai costruito?

2R. Antonio è un uomo dolcissimo, forse quello che ho sentito di più a livello emotivo, che porta il nome e riprende il carattere del mio nonno materno. Nel mio romanzo ho assegnato ad ogni personaggio il nome di persone a me care ed ho miscelato vari aspetti della loro personalità inserendoli nei protagonisti. Andrea ha davanti a sé una terra inesplorata che percorre con fiducia e positività, Antonio, seppur con la saggezza acquisita con gli anni, tentenna e si pone mille domande. Entrambi possiedono due bellissime anime che ben si amalgamano quando il fine comune è la felicità condivisa.

3. Un altro argomento che hai in più punti affrontato è il sentimento religioso, un progetto universale incomprensibile che ci sovrasta, l'idea di una vita ultraterrena, ma anche di rassegnazione ed accettazione degli eventi anche molto dolorosi e altri sentiti quasi come segni divini. Vuoi parlarmi di questo sentimento, ti appartiene o ne hai fatto un semplice motivo di stile al fine di sviluppare la tua storia?

3R. Questa domanda mi fa’ sorridere perché mi è stata posta varie volte e ho la possibilità di rispondere per iscritto. La verità è che pur non essendo molto legata alla mia religione di nascita (cattolico-cristiana) ne ho comunque molto rispetto. L’idea di ambientare la storia in un convento è stata una semplice sfida con me stessa. Ricordi quando la maestra assegnava parole a caso per la costruzione di una storia? Ecco, tutto è partito da un esercizio di scrittura creativa che poi mi ha coinvolto per 250 pagine. Con gli anni ho voluto approfondire la storia di alcune religioni come il Buddhismo, l’Induismo, l’Animismo, l’Islam, oltre a quella cristiana, arrivando ad apprezzare i vari aspetti di ognuna. Amo i luoghi sacri dove percepisco una profonda energia positiva. I conventi, le cattedrali, i monasteri, le moschee, i minareti sono costruzioni architettoniche che mi affascinano enormemente.
Sento di appartenere alla Madre Terra, credo nell’energia positiva e venero gli dei egizi Iside e Osiride che altro non sono che la Madonna ed il suo sposo. Qualunque sia il nostro credo solo con il rispetto possiamo interagire e vivere in pace col prossimo. Addentrandomi in una religione e scrivendo con rispetto di miti che non sento appartenermi fino in fondo li difendo come se lo fossero.
Ho rispetto della fede perciò che tu voglia credere in Gesù, in Horus o in una pietra per me non fa’ alcuna differenza, purché illumini la tua strada e ti consenta di amare le diversità degli altri.

4. Nella prima metà del romanzo Bianca è bambina. Mi colpisce la Bianca bambina, parla e ragiona come un'adulta. Chi è veramente Bianca? Perché il suo essere bambina prende tanto spazio nel racconto?

4R. Bianca sono io, è mia sorella, mia madre, sei tu che mi poni questa domanda, è il lettore che ora legge queste righe. Bianca rappresenta e raccoglie la purezza dell’essere bambina, è il nostro bambino interiore che con saggezza dobbiamo custodire ed ascoltare senza mai scordarci della sua felicità. E’ “il fanciullino” descritto dal Pascoli che guaisce ferito ma che poi si risolleva. Bianca è tutto quello che di buono puoi trovare in te stesso. Quando rileggo alcuni passi del mio romanzo mi sorprendo enormemente. Bianca è capace di scuotermi e di commuovermi (giuro!) ogni volta.

5. Devo confessarlo: il personaggio più riuscito della storia, quello più completo eppure quello meno presente nella storia è Beatrice, questa madre negata, questa donna in fuga, questa figlia ribelle e ostinata. Devo dire che li' hai fatto un piccolo capolavoro, hai concentrato in questo personaggio tutte le caratteristiche femminili che hai diluito negli altri personaggi femminili lungo tutto il romanzo. Parlami di lei? Come l'hai costruita? Esiste un personaggio femminile reale a cui ti sei ispirata?

5R. Quando costruisco un personaggio mi lascio ispirare totalmente dalla mia creatività. Dicendo che ho letteralmente sognato ad occhi aperti, vedendo questo personaggio nella mente, non esagero. Prima, “viaggio” con la fantasia lasciandola fluire senza nessuna costrizione poi dopo un numero ragionevole di appunti sparsi inizio a delineare i vari personaggi. L’istinto e l’ispirazione sono i miei più cari amici.

6. Beatrice poi è una grafomane, non parla tanto, ma scrive moltissimo, sono deliziose le sue cartoline e i suoi appunti sparsi, che parlano di lei e dei suoi viaggi nel mondo. Perché non le lasci il tempo di parlare e preferisci farle scrivere la sua storia?

6R. Beatrice uguale scrittrice. Grafomane come me, che preferisco scrivere anziché parlare perché riesco a comporre meglio i pensieri che fuoriescono dal mio animo. Me, che colleziono cartoline dal mondo e amo viaggiare fisicamente e mentalmente.
Una scrittrice che ama i bambini e che pur non essendo ancora madre prova ad immedesimarsi in quel ruolo, per vedere l’effetto che fa’, ma senza immergersi completamente perché sa’ bene che questo è solo un gioco e che all’ultima pagina dovrà chiudere il libro e lasciare la sua Bianca a se stessa.
Questa è una delle mille sfaccettature di questo personaggio che fugge nella speranza di capire il suo ruolo nel mondo.

7. Scrigni misteriosi si aprono e si chiudono: in scatola sono i ricordi di Bianca la moglie di Antonio, in scatola i segreti di suor Amelia, in scatola le cartoline di Beatrice, persino il ciondolo della giovane Bianca è una scatola che si apre per mostrare le immagini delle donne da cui lei stessa viene. Come posso interpretare questo segno ricorrente?

7R. Cosa c’è di più affascinante di una scatola chiusa che misteriosamente svela i suoi contenuti? Tutti cerchiamo un luogo inaccessibile dove custodire i nostri segreti, che sia un cuore o uno scrigno non fa’ differenza, perché ad un certo punto dovremmo alleggerirci l’animo svelandone i segreti.
Questo è l’amore, una condivisione che ci porta ad avere fiducia nel prossimo. Poco importa se verremo delusi, l’uomo è capace di risollevarsi sempre, l’importante è il viaggio, gli insegnamenti e le sensazioni che essi ci provocano.

8. Alla fine ci sono tutti, gli eterni ed inseparabili amici e quelli che presumibilmente occuperanno il futuro di Bianca. È una famiglia molto allargata fatta di molte persone, legate da rapporti di sangue e non. E' un'idea moderna di famiglia? E' la tua idea di famiglia?

8R. E’ una grande famiglia con padri, madri, zie, pseudo nonne e tanti amici. Molto unita e pronta a difendere la felicità dell’altro. E che si ama. Null’altro ha importanza. O no?

9. Bianca avrà un seguito o stai pensando a nuovi progetti?


9R. C’è un progetto che riguarda Qualcosa per cui vivere ancora abbozzato. Non voglio svelare altro per il momento. Lo scrigno si aprirà più avanti.


10. Chiudi l’intervista con un breve estratto del suo libro.


“La bimba fu chiamata Bianca come la compianta moglie del giardiniere,
morta dopo dieci anni di matrimonio. Quando una brutta polmonite
gliela portò via a soli trent’anni, lui non riuscì più a darsi pace, visse nel
suo ricordo e non pensò mai di risposarsi. La piccola Bianca fu per lui un
dono del cielo. Antonio era di altezza media, con i capelli brizzolati e gli
occhi chiari. Vedovo, senza figli e sulla soglia dei cinquant’anni, passava
le sue giornate ad aiutare le suore e a curare l'immenso giardino. Ora,
trascorreva il suo tempo libero con la bambina, riversando su di lei tutto
l'amore di un padre.
La casetta dell’uomo, a pochi metri dal convento, si componeva di una
piccola cucina arredata in modo sobrio ma di buon gusto, una camera da
letto, un bagno, un ripostiglio ed un’altra camera da letto che avrebbe
dovuto ospitare i figli mai nati. Antonio era stato assunto come
giardiniere, ma in seguito prese ad occuparsi anche delle galline e di
qualche oca, alloggiate in un caseggiato poco distante. Viveva in quella
casa ormai da trent’anni e ovunque si poteva notare il tocco della signora
Bianca che l'uomo non aveva voluto cancellare: le tende a fiori, molto
femminili e amate dalla signora, non erano mai state sostituite. Il
materiale da ricamo sulla credenza, sembrava appena posato da lei dopo
un'ora di lavoro. Sul ripiano del bagno vi erano ancora il suo profumo
preferito e i pettinini che usava per acconciarsi i capelli.
La casa era invasa dalle fotografie della donna e spesso Antonio, seduto
sulla poltrona, ascoltava la musica che un tempo amava ballare con lei,
ricordando i momenti felici della loro storia d’amore. Le suore erano
molto buone e lui era affezionato a tutte ma nutriva una profonda stima
per suor Amelia. Per Antonio era sempre stata un'amica preziosa e gli fu
di grande conforto quando la signora Levi morì.”

Carla Cristofoli, Carla Pisu.

Un ringraziamento particolare a Francesco Cocco che ha curato l'immagine di copertina.

lunedì 5 novembre 2012

Parlano di noi a Radio 24 - reinventarsi come editori digitali artigiani

Logus mondi interattivi: intervista su Radio 24 del Sole 24 Ore.

"Si può fare" è una rubrica di Radio 24 a cura di Alessio Maurizi (foto).

Le nuove professioni scalzano le vecchie.

La crisi crea opportunità, risorse ed energie inaspettate si manifestano...



Il tutto per .....
REINVENTARSI EDITORI DIGITALI ARTIGIANI

Ecco il succo dell'intervista del bravissimo Alessio Maurizi.

Per ascoltare in podcast, alla fine della pagina, clic sulla freccia rossa
Link

Pier Luigi
info@logus.it
www.logus.it


sabato 24 settembre 2011

Parco Nazionale dell'Asinara: un percorso dedicato ai non vedenti (e non solo)



Riportiamo di seguito la descrizione di un percorso per non vedenti realizzato da logus mondi interattivi nel Parco Nazionale dell'Asinara.
E' uno dei nostri primi interventi in questo settore che dimostra la facilità di realizzare luoghi accessibili a tutti.
Il tutto è basato su un palmare che funziona come una Video Guida interattiva e che comunica con delle etichette intelligenti che si mettono in funzione al solo passaggio del visitatore.
L'audio appositamente studiato supplisce in modo mirato alla mancanza del senso della vista.
Per i cosidetti soggetti vedenti invece si tratta di un tipo di esperienza, non più solo basato sulla vista, ma che stimola l'utilizzo degli altri sensi di solito messi in secondo ordine.
Fateci sapere cosa ne pensate.

ll Sentiero fitoclimatico ambientale – percorso B

Questo percorso, completamente attrezzato anche per i non vedenti, con etichette braille e cassette tattili, è stato integrato con il sistema di etichette intelligenti, a stimolare in modo importante i sensi dell'udito e dell'olfatto dei visitatori.
I punti intelligenti realizzati riguardano alcuni tipi di piante aromatiche e il riconoscimento di uccelli tipici dell'Asinara. I visitatori vengono stimolati tramite i profumi delle piante e alcuni versi di uccelli (provenienti dal palmare), per arrivare al riconoscimento della flora e della fauna del luogo.
Per quanto riguarda le piante aromatiche i visitatori (vedenti e non) possono sentire il profumo che emanano e contemporaneamente sentire la descrizione audio.
Per gli uccelli, anche al fine di poter dare un esempio concreto delle possibilità di interazione del sistema Palm(EO)®, senza far cenno alla specie, in primis viene lanciato un audio di descrizione dell'animale, dopo una piccola pausa viene fatto sentire il verso tipico, e solo dopo un'altra pausa viene comunicato la specie dell'uccello. Questo in modo che il visitatore possa autonomamente fare uno sforzo personale di riconoscimento e partecipare attivamente alla fruizione dei contenuti. Ciò apre le porte ad una vera e propria didattica in situ, con particolari potenzialità di sviluppo nei confronti di qualunque visitatore, ed in modo speciale per soggetti non vedenti e per le scolaresche.



http://www.logus.it/asinara.pdf

giovedì 22 settembre 2011

Bastone tecnologico per non vedenti


Postiamo un articolo dei Lions di Verona che relaziona su una nuova tecnologia applicata ai bastoni per non vedenti (infrarossi e navigatore satellitare integrati in un normale bastone) che pare stia rendendo più facile gli spostamento dei non vedenti.
A noi hanno raccontato che a Quartu S.E. un signore non vedente, prima sempre accompagnato dalla moglie (vedente), viaggi con questo bastone in modo spedito e del tutto autonomo.
Questo primo articolo vuole essere il primo di una serie che prenderanno in considerazione ausili tecnologici per le varie disabilità.
I soci di logus si muovono infatti in questo settore già da alcuni anni avendo redatto progetti e fatto forniture per il finanziamento sulla Domotica della Regione Sardegna.
Basta preamboli: ecco l'articolo dei Lions di Verona, di cui riportiamo anche il link e ai quali facciamo i nostri migliori complimenti per questa lodevole iniziativa.

Un bip per dribblare la cecità. È il bastone bianco elettronico

Progetto dei Lions per dotare e addestrare i ciechi di un innovativo ausilio. Rilevatore a infrarossi grande come un pacchetto di sigarette segnala gli ostacoli e i vuoti sulla strada VERONA. Un bastone elettronico a raggi infrarossi per spostarsi agevolmente per strada. È una delle più importanti innovazioni tecnologiche a disposizione per le persone non vedenti e ipovedenti. Ma per utilizzarlo al meglio, la persona cieca deve essere addestrata per un periodo in modo da poter destreggiarsi in mezzo ai tanti ostacoli che può trovare sul suo percorso. Per portare questa strumentazione in Italia i Lions del Distretto 108 Ta1, con i club veronesi Cangrande, Host, Re Teodorico, Catullo, Europa, Gallieno e Arena New Century, hanno messo a punto un progetto per realizzare questo service a favore dei ciechi, un settore che da molti anni vede i Lions di tutto il mondo in prima linea, sia nelle prevenzione che nell’aiuto ai non vedenti. Lo stesso progetto è stato approvato come tema di studio per il 2010-2011. La settimana scorsa due persone cieche, una veronese e un trentino, sono stati seguite a Verona da due addestratrici, Laura Borghero e Simona Roca, coadiuvate da un’istruttrice di locomozione con il bastone elettronico, la francese Christelle Letissier, per imparare a muoversi utilizzando il bastone bianco elettronico che tecnicamente si chiama «tom pouce». La vera innovazione è il sensore, una scatoletta grande più o meno come un pacchetto di sigarette, che applicato a un bastone per ciechi, diventa una rivelatore di ostacoli e permette a chi lo impugna di evitarli. Il bastone bianco elettronico, è la traduzione italiana della «canne blanche eletronique», apparecchio nato in Francia da un brevetto elaborato all’istituto nazionale della ricerca, l’equivalente del nostro Cnr. Dotato di navigatore satellitare, come i tom tom per l’auto, ha un dispositivo a raggi infrarossi (ma in futuro sarà un laser) in grado di captare la presenza di ostacoli (e di vuoti) sul percorso dell’utente, che sarà così in grado di regolarsi prima di sbattervi contro il bastone. A finanziarne la sperimentazione tra i non vedenti e anche la distribuzione, oltre che la necessaria formazione, sono i Lions Club, prima in Francia e ora a Verona. «Questo è un progetto pilota per l’Italia», spiega il dottor Marco Mariotti, membro dei Lions e coordinatore del progetto «bastone bianco elettronico», che ha partecipato alla settimana di addestramento a Verona, «che inizia ad essere operativo a Verona. La proprietà degli ausili elettronici per i non vedenti resta dei Lions mentre la persona che usa il bastone elettronico s’impegna ad utilizzarlo tutti i giorni e poi a riferire pregi e difetti del bastone, per perfezionarne le prestazioni». Al progetto partecipa anche il club Lions Valsugana di Trento. Le informazioni sul progetto si trovano sul sito www.distrettolions108ta1.com/bel. Nei giorni scorsi abbiamo seguito istruttori e «allievo», nella fattispecie il signor Aldo Baroni di Trento, per le vie del centro di Verona. Le istruttrici, seguite dall’occhio esperto della specialista francese coadiuvata da un traduttore, hanno seguito il signor Baroni nel suo procedere tra vie, piazze, banchi, dribblando persone e oggetti puntando verso gli «ostacoli» il «tom pouce» che rimandava segnali sotto forma di vibrazione. L’abilità dell’utente sta nel tenere correttamente puntato il rivelatore di ostacoli, senza farlo ruotare troppo, ad esempio, o puntarlo in modo sbagliato verso il basso. Dopo i primi due o tre giorni di addestramento, l’utente appare già più sciolto nei movimenti e capace di padroneggiare il bastone muovendosi con disinvoltura in mezzo alla gente. «Lo trovo molto utile», ha detto il signor Baroni, «uno strumento che aiuta molto l’autonomia di chi ha perso la vista». Le attività di addestramento continueranno in autunno e ne sono previste anche i prossimi anni, in modo di ampliare sempre di più l’suo del bastone elettronico.

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piero


venerdì 29 aprile 2011

"likeology" ovvero l'arte del like di Facebook

Oggi ho partecipato ad un interessantissimo seminario tenuto alla BITAS 20111 dal bravo Maurizio Battelli.
Il tema: la likeology, ovvero come fare marketing attraverso i social media.
Maurizio con fare spigliato e competente ha snocciolato una serie di casi pratici conditi con alcune teorie, alcune direttamente create da lui.
Il tutto molto, molto interessante, ma per un concetto sono rimasto perplesso:
non importa il profilo di chi diventa amico o fan (leggi LIKERS), ma il numero di persone che riesci a raggiungere e poi con il passaparola raggiungerai anche il tuo obiettivo.
Cosa ne pensi?
http://www.likeology.it/LIKEology/I_BITAS_2011.html